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Scoperto un nuovo minerale su Marte: cosa racconta del passato del pianeta rosso

di SapereOra
15 Ottobre 2025
in Primo Piano, Scienza & Tecnologia, Scienza e Tecnologia
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Marte

Marte

Per più di un decennio, una piccola anomalia nei dati di uno spettrometro orbitale ha lasciato perplessi gli scienziati che studiano Marte. Si trattava di un segnale ben preciso: un picco di luce a 2,236 micrometri che non corrispondeva a nessun minerale noto. Sembrava un dettaglio trascurabile tra milioni di misurazioni, ma in realtà nascondeva un indizio fondamentale: qualcosa sulla superficie marziana rifletteva la luce in modo del tutto inaspettato.

Ora, uno studio pubblicato su Nature Communications dal team guidato da J. L. Bishop ha finalmente risolto il mistero. Dopo anni di confronti, esperimenti e analisi, gli scienziati hanno identificato il responsabile di quella firma spettrale: il ferro-idrossisolfato (Fe³⁺SO₄OH). Questo minerale non si forma spontaneamente, ma solo quando composti di ferro e zolfo idratati vengono riscaldati e ossidati. La sua presenza rappresenta una prova diretta che Marte ha vissuto episodi di calore intenso.

Molto più di un semplice minerale

Il ritrovamento del ferro-idrossisolfato non è solo una scoperta mineralogica. È un tassello importante per ricostruire la storia geologica del pianeta rosso. La sua presenza in aree specifiche — come Aram Chaos e l’altopiano di Juventae, all’interno del vastissimo sistema di Valles Marineris — permette agli scienziati di risalire agli eventi termici che hanno modellato Marte.

In altre parole, non si tratta solo di scoprire cosa c’è su Marte, ma di capire cosa gli è accaduto. Quel piccolo segnale spettrale si è rivelato una vera e propria capsula del tempo, capace di raccontare come acqua, calore e ossidazione abbiano trasformato le rocce marziane miliardi di anni fa.

Un numero che ha fatto la differenza: 2,236

Tutto è iniziato con CRISM, lo spettrometro orbitale della NASA, progettato per mappare i minerali marziani analizzando come riflettono la luce a diverse lunghezze d’onda. Tra le migliaia di letture, un’anomalia a 2,236 micrometri spiccava senza spiegazione.

Non combaciava con argille, gesso, jarosite o altri sali e silicati noti. È rimasta così per anni un enigma, osservata in aree come Juventae e Aram Chaos.

Con dati più recenti e tecniche avanzate, il team ha deciso di riprendere in mano il problema. L’approccio ha incluso analisi più raffinate dei dati CRISM e test su campioni di laboratorio per cercare un “gemello spettrale” di quella misteriosa firma.

La soluzione non stava solo nel picco a 2,236 µm, ma nell’intero schema di bande adiacenti: 1,49; 1,83; 2,19; 2,37; 2,61 e 2,89 µm. Una costellazione di segnali che non corrispondeva ai minerali marziani conosciuti. A Aram, queste linee erano più nette e associate a sulfati monoidrati; a Juventae, risultavano più sfumate e immerse tra sulfati polidrati.

Le differenze tra i due siti hanno offerto indizi sul contesto geologico: maggiore purezza mineralogica a Aram e maggiore mescolanza a Juventae suggerivano storie termiche differenti.

L’ipotesi prende forma: ferro-idrossisolfato

Il candidato più probabile era un composto raro: un idrossisolfato di ferro trivalente cristallino. Questo minerale non è comune in natura senza la presenza di calore e ossigeno. Non bastava confrontare cataloghi: bisognava riprodurlo in laboratorio.

Gli scienziati hanno così simulato condizioni simili a quelle di Marte primitivo per vedere se la stessa firma spettrale poteva emergere. E ci sono riusciti.

Come si “ascolta” una roccia dall’orbita?

CRISM osserva il pianeta in migliaia di “colori” invisibili all’occhio umano, ma rilevabili tramite le vibrazioni dei legami chimici. Grazie a nuove calibrazioni e algoritmi più precisi, il team ha individuato nuove aree con il famigerato picco a 2,236 µm.

A Juventae, queste unità sono strette (pochi decine di metri) e si sovrappongono a sulfati polidrati; ad Aram, formano zone più definite insieme a kieserite (MgSO₄·H₂O) e szomolnokite (FeSO₄·H₂O).

La posizione stratigrafica è stata fondamentale: a Aram, il Fe³⁺SO₄OH si trova sotto i solfati monoidrati e vicino al letto roccioso; a Juventae, sopra i polidrati o alla loro base. Questo suggerisce due fonti di calore:

  • Da sotto, per attività geotermale (Aram)
  • Da sopra, per colate laviche o ceneri basaltiche (Juventae)

Il test decisivo in laboratorio

Per confermare l’origine termica, il team ha riscaldato minerali ferrosi idratati come rozenite e szomolnokite tra 100 e 300 °C. Al crescere della temperatura, la chimica cambiava: compariva un solido arancione — proprio il ferro-idrossisolfato — con le stesse bande osservate da CRISM.

Un elemento fondamentale: senza ossigeno, la reazione non avviene. Il minerale si forma solo con calore e ossidazione. In ambienti privi di ossigeno, nessuna trasformazione. Con aria, invece, il Fe²⁺ si ossida a Fe³⁺, formando il composto ricercato.

La firma spettrale è rimasta stabile anche in condizioni simili a Marte (bassa pressione e freddo intenso). Questo conferma l’affidabilità dei dati orbitali. Inoltre, si è notato che il picco si sposta leggermente (a 2,226 µm) in presenza di magnesio, dettaglio che aiuta a distinguere le varianti chimiche.

Due storie diverse raccontate dalla geologia

Nel plateau di Juventae, i solfati appaiono “in sandwich” tra due strati di basalto. Il ferro-idrossisolfato è presente sopra i solfati polidrati, coerente con un riscaldamento dall’alto. Il vento ha poi eroso le superfici, rivelando i minerali sottostanti.

In Aram Chaos, invece, il contesto è legato a crolli e inondazioni catastrofiche di circa 3 miliardi di anni fa. Qui, i sedimenti solfatici si sono depositati in una base geotermale, ricoperta poi da strati evaporitici. Il Fe³⁺SO₄OH si trova nella parte più bassa, coerente con un riscaldamento dal basso.

La morfologia lo conferma: il minerale disegna superfici poligonali diverse da quelle lucide dei solfati monoidrati. Le variazioni di temperatura e durata dell’esposizione al calore spiegano la presenza di fasi diverse nello stesso deposito.

Cosa ci dice questa scoperta sul clima di Marte

Perché si formi il Fe³⁺SO₄OH, servono calore e ossigeno. La sua presenza indica episodi termici in depositi salini. Non stiamo parlando di oceani caldi, ma di ambienti dove la temperatura è salita abbastanza da modificare chimicamente i minerali.

Il fatto che queste trasformazioni siano più recenti della formazione dei grandi terreni caotici suggerisce che, anche in epoche “moderne” (Periodo Amazzonico, meno di 3 miliardi di anni fa), Marte fosse ancora geologicamente attivo.

Queste condizioni — sali, calore, ossigeno — sono fondamentali per processi chimici complessi, potenzialmente anche per la vita. Il picco a 2,236 µm potrebbe quindi diventare un vero e proprio indicatore di zone “calde” nel passato marziano.

Un piccolo segnale, grandi scoperte

Nonostante i limiti nella risoluzione dei dati CRISM, la coincidenza tra spettroscopie orbitali e di laboratorio, unita alla stratigrafia e alla morfologia, conferma l’identificazione del minerale.

Man mano che nuove missioni raccoglieranno dati più dettagliati, quel picco a 2,236 µm guiderà la ricerca di altri siti simili su Marte. Un piccolo segnale che ha aperto una finestra sul passato geologico del pianeta rosso.

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Tag: Martespazio
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