La morte non si verifica in un unico momento. Ogni parte del corpo umano cessa di funzionare in tempi diversi, e il concetto stesso di decesso varia a seconda delle culture, delle epoche e delle tecnologie disponibili. La distinzione tra la morte dell’individuo, delle sue cellule, dei suoi organi e dei suoi tessuti rivela un processo complesso, lontano dall’idea di un’interruzione istantanea della vita.
Definizione di morte: un concetto variabile
La morte ufficiale non ha una definizione universale. Nei film e nelle serie TV, un elettrocardiogramma piatto o il suono continuo del monitor segnano il decesso. Nella realtà, i criteri sono più complessi e cambiano nel tempo. All’inizio del XX secolo, i medici usavano un specchio davanti alla bocca del paziente: la presenza di condensa indicava respiro, mentre l’assenza, unita alla mancanza di battito cardiaco, confermava la morte. Dal 1968, i progressi tecnologici hanno introdotto il concetto di morte cerebrale. In paesi come India e Regno Unito, l’assenza di riflessi vitali, come la reazione alla luce o al dolore, è sufficiente per dichiarare il decesso. In Francia, invece, la legge richiede ulteriori esami: un’angiografia cerebrale per verificare l’arresto della circolazione sanguigna nel cervello o due elettroencefalogrammi, a distanza di quattro ore, per confermare l’assenza di attività elettrica nel cortex, sede di emozioni e coscienza.
Gli organi si fermano rapidamente
Entro 30 minuti dal decesso, organi come reni, pancreas e fegato cessano di funzionare. Le loro stesse secrezioni, ricche di enzimi e fermenti, ne causano la distruzione. In caso di donazione, i medici mantengono artificialmente attivi questi organi, ma il tempo è cruciale. Un cuore deve essere trapiantato entro 3-4 ore, un polmone entro 6-8 ore, un fegato entro 12-18 ore e un rene entro 24-36 ore. Nel 2011, in Italia, 1.630 donatori hanno fornito organi per 16.371 pazienti in attesa, evidenziando la carenza di donazioni rispetto al bisogno.
Il corpo si irrigidisce
Circa sei ore dopo la morte, i muscoli iniziano a contrarsi spontaneamente a causa della liberazione di calcio nelle cellule. La rigidità cadaverica inizia dalla nuca e dai muscoli masticatori, per poi diffondersi al resto del corpo, dall’alto verso il basso. Questo processo raggiunge il picco entro 24 ore e si attenua dopo 36 ore. La pelle, disidratata, si ritira, causando l’affossamento degli occhi e la comparsa di una macchia nera nel bianco dell’occhio. In alcuni casi, la contrazione muscolare provoca persino la “pelle d’oca”.
L’inizio della decomposizione
Dopo due o tre giorni, il corpo inizia a decomporsi. I batteri intestinali proliferano e si diffondono attraverso i vasi sanguigni, causando il rigonfiamento del ventre per la produzione di gas come azoto, anidride carbonica e ammoniaca. In ambienti con umidità inferiore al 50%, la decomposizione rallenta e il corpo può mummificarsi, con la pelle che si secca e si ritrae. In una camera fredda a 2-4 °C, il processo è ulteriormente ritardato, mantenendo il corpo intatto per giorni o settimane.
Cellule vive dopo settimane
Sorprendentemente, alcune cellule sopravvivono a lungo dopo la morte. Le cellule staminali muscolari, infatti, rimangono vitali fino a 17 giorni dopo il decesso. Queste cellule riducono il loro metabolismo al minimo, come in uno stato di ibernazione. Una volta riattivate, queste cellule possono generare fibre muscolari funzionali, aprendo possibilità per utilizzi terapeutici post-mortem.
Il ruolo degli insetti nella decomposizione
Dopo circa un mese, il corpo si riduce a uno scheletro. Le mosche da carne, attratte da sangue e secrezioni, depongono uova su ferite e orifizi, accelerando il processo. In un mese, un corpo all’aria aperta diventa uno scheletro. Nei corpi sepolti, la decomposizione è più lenta, soprattutto se il feretro è ermetico. Fattori come la massa corporea, l’età e la causa della morte influenzano la velocità del processo, che può richiedere fino a dieci anni.
La polvere finale
Dopo due o tre anni all’aria aperta, lo scheletro si riduce in polvere, grazie all’azione di insetti che si nutrono di larve e resti organici. Tuttavia, in tombe ben sigillate, le ossa possono resistere per millenni. Il caso di “Ardi”, un ominide di 4,4 milioni di anni fa, dimostra la straordinaria longevità degli scheletri in condizioni favorevoli.
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