La cannabis può davvero aiutare a dormire meglio? Oppure l’effetto svanisce nel tempo, con rischi ben più gravi?
Una recente ricerca pubblicata nel 2025 sulla rivista scientifica Plos Mental Health getta nuova luce sull’utilizzo dei derivati della cannabis nel trattamento dell’insonnia. A condurre lo studio è stata la ricercatrice Arushika Aggarwal, insieme a un team di collaboratori. L’indagine si è basata su dati reali provenienti dal Registro medico britannico della cannabis, un database che raccoglie informazioni sui pazienti trattati con prodotti a base di Cannabis sativa.
Le persone coinvolte hanno compilato una serie di questionari per valutare gli effetti delle sostanze assunte su qualità del sonno, ansia, stile di vita e stato di salute generale. Ma i risultati, contrariamente alle aspettative, sono stati tutt’altro che entusiasmanti.
I limiti dell’effetto terapeutico: la tolleranza del sistema nervoso
Nonostante l’interesse crescente verso l’uso terapeutico della cannabis, lo studio ha evidenziato un problema fondamentale: nel tempo, i pazienti sviluppano tolleranza. In pratica, il sistema nervoso smette gradualmente di rispondere ai principi attivi della pianta, rendendoli sempre meno efficaci.
Questa perdita di sensibilità da parte delle cellule nervose comporta un bisogno crescente di aumentare le dosi per ottenere lo stesso effetto iniziale, un meccanismo che può sfociare in dipendenza.
Cannabinoidi: come agiscono sul nostro organismo
Per comprendere gli effetti della cannabis sul corpo umano, bisogna partire da una premessa biologica: le nostre cellule possiedono dei recettori specifici che reagiscono ai cosiddetti cannabinoidi, composti presenti nella cannabis ma anche prodotti naturalmente dal nostro corpo.
Due sono i recettori principali:
- CB1R, presente nel sistema nervoso centrale.
- CB2R, legato soprattutto al sistema immunitario.
Questi recettori esistono perché il nostro organismo produce autonomamente un cannabinoide: l’anandamide.
L’anandamide: il nostro “cannabinoide naturale”
L’anandamide è un neurotrasmettitore endogeno, ovvero una sostanza che trasmette segnali tra i neuroni. Regola umore, memoria, percezione del dolore e agisce anche come vasodilatatore.
Curiosamente, possiamo assumerla anche attraverso alcuni alimenti come:
- Cioccolato fondente
- Tartufo nero
- Ricci di mare
- Uova di pesce
Questo spiega in parte perché il cioccolato possa provocare una sensazione di benessere e rilassamento.
CBD e THC: cosa fanno davvero nel cervello
I due principali composti attivi della cannabis sono:
- CBD (cannabidiolo): ha effetti rilassanti e inibitori.
- THC (tetraidrocannabinolo): è il principale responsabile dell’effetto psicoattivo.
Il THC attiva il recettore CB1R, influenzando direttamente il cervello. Il CBD, invece, agisce in modo più sottile: inibisce il recettore, ma allo stesso tempo aumenta i livelli di anandamide, bloccandone la degradazione. Questo effetto “paradossale” può spiegare il potenziale rilassante del CBD.
Tolleranza e dipendenza: il vero rischio dell’uso prolungato
Il problema sorge quando queste sostanze vengono assunte per lunghi periodi.
Lo studio ha rilevato che:
- Dopo un mese di trattamento, i pazienti percepivano un miglioramento significativo del sonno.
- Dopo 18 mesi, nonostante l’aumento delle dosi, l’effetto era pari a quello iniziale, ovvero nessun miglioramento rispetto a prima del trattamento.
Questa riduzione dell’efficacia è un chiaro segnale dello sviluppo di tolleranza. Il corpo si abitua alla sostanza, e per ottenere lo stesso risultato occorre aumentare la quantità. Un meccanismo che è alla base della dipendenza da sostanze.
Perché succede? Le basi molecolari della tolleranza
I recettori cellulari sono come antenne che trasmettono segnali al cervello. Quando vengono stimolati in modo continuo e intenso, come accade con le sostanze psicoattive, il corpo reagisce riducendo il numero di recettori disponibili.
È come se abbassasse il volume perché il suono è troppo forte.
Questo fenomeno è già noto in farmacologia. Accade, ad esempio, con:
- Ansiolitici
- Antidolorifici
- Oppioidi, come la ossicodone (farmaco al centro della crisi americana degli oppioidi)
Nel tempo, questi farmaci perdono efficacia, portando a un aumento incontrollato delle dosi.
Lo studio: dati reali su pazienti reali
Il lavoro della ricercatrice Aggarwal si basa su un campione di 124 pazienti seguiti per oltre un anno. Anche se il numero può sembrare limitato, i dati raccolti con questionari clinici standardizzati mostrano un trend chiaro:
L’effetto positivo iniziale dei cannabinoidi diminuisce nel tempo, a causa della tolleranza.
Gli autori ipotizzano anche un possibile effetto placebo, ma ammettono apertamente che l’ipotesi della tolleranza non può essere esclusa.
Alternative: stimolare l’anandamide naturale?
Una strada alternativa, secondo gli studiosi, potrebbe essere quella di stimolare la produzione dell’anandamide naturale, anziché somministrare direttamente cannabinoidi esterni.
Questo approccio potrebbe evitare la tolleranza e offrire un effetto più equilibrato. Le terapie che agiscono sull’anandamide sono ancora in fase sperimentale, ma rappresentano un filone promettente nella lotta contro l’insonnia.
Cannabis e insonnia, serve cautela
L’uso dei derivati della cannabis per migliorare il sonno potrebbe sembrare una soluzione naturale e meno invasiva. Tuttavia, l’evidenza scientifica suggerisce prudenza: gli effetti possono diminire col tempo, rendendo necessario aumentare le dosi, con il rischio di dipendenza.
Per chi soffre di insonnia, le strategie più sicure restano:
- Una buona igiene del sonno
- Terapie cognitive comportamentali
- Interventi nutrizionali e psicologici
E prima di assumere qualsiasi sostanza, anche se naturale, è sempre meglio consultare un medico.
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FAQ – Domande frequenti
La cannabis può curare l’insonnia?
Può aiutare temporaneamente, ma nel tempo perde efficacia a causa della tolleranza.
Qual è la differenza tra THC e CBD?
Il THC ha effetti psicoattivi; il CBD è rilassante ma non “sballa”.
Posso diventare dipendente dai cannabinoidi?
Sì, se assunti regolarmente in alte dosi, possono causare dipendenza.
Esistono alternative naturali?
Sì: melatonina, igiene del sonno, terapie cognitive e cromoterapia.
Mangiare cioccolato aumenta l’anandamide?
In parte sì, soprattutto quello fondente, ma non sostituisce un trattamento medico.




